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bibliomania
Ogni uomo è un libro
letteratura
24 aprile 2008
Libri in maschera

Mi fa molto piacere riportare in copia e incolla la notizia che segue. Essa mi conforta nel mio hobby di blogger per la bibliomania. La ragione di questo mio compiacimento ha ovviamente anche un certo non so che di vanità, come vanitosi possono essere tutti i bibliomani. Vanitosi non solo, ma anche permalosi, puntigliosi, gelosi, sopratutto anche curiosi non soltanto dei libri e dei loro contenuti, ma anche di chi li stampa e li vende, di chi li colleziona e li sistema  in biblioteche, di chi li progetta, li disegna, li edita, li porta in giro per il mondo, li traduce, li fa diventare un capitale, un affare, un investimento, un tesoro. Di chi li fa diventare cartacei ma anche digitali, di chi trasforma le biblioteche in banche dati, di chi trasforma le pagine a stampa in “bits & bytes”. Ma gelosi, sopratutto e specialmente, di chi li scrive e di chi li legge.

 

Già Qoelet, oltre duemila anni, fa ebbe modo di dire che c’erano troppi libri in giro e che tutto ciò che gli uomini avevano da dire era stato già detto e che pertanto tutto era nulla, anzi vanità. Io penso, invece, che senza la vanità gli uomini non potrebbero manifestarsi per così come sono, esseri liberi, comunicativi, creativi, partecipativi, e queste loro qualità vengono fuori, si manifestano sopratutto nella scrittura e nella lettura. Se le cose stanno così allora i libri non sono mai abbastanza, perchè è proprio vero che “ogni uomo è un libro”. Possiamo correre al pensiero, quindi, ai tanti e tanti libri scritti e mai letti, dai tanti e tanti uomini ( e donne!) che da sempre hanno letto e scritto.

 

Ma, allora, se le cose stanno così, i libri non sono altro che una delle molte facce della vita che si manifesta agli uomini in tutti i suoi aspetti. Si legge e si scrive per vivere, come diceva Flaubert, come si afferma nel servizio che segue e come, molto modestamente, riferisce il sottoscritto nella presentazione della sua home page di guida. Dovremmo tutti leggere per vivere, saper vivere, per vivere meglio, per capire di più, per conoscere gli altri, per imparare l’arte di vivere attraverso i libri, facendo cadere la “maschera” che ognuno di noi cerca di indossare per difendersi, leggendo e guardando senza infingimenti le pagine del libro della vita, la nostra vita e quella degli altri.

 

Il libro non è mai stato risparmiato dalla violenza della natura e degli uomini, neppure nei «tempi moderni», neppure nel Novecento: potente ma fragile, è stato colpito da alluvioni, incendi, saccheggi, bombardamenti. Un fiume di fuoco e di acqua ha percorso l’Europa e l’Asia dell’ultimo secolo, distruggendo tra le altre, la Biblioteca universitaria di Torino, invadendo con il fango dell’Arno le biblioteche di Firenze, devastando la Biblioteca della duchessa Anna Amalia di Weimar...

 

A parlare del complesso rapporto fra Potere e Sapere è la Biblioteca di via Senato di Marcello Dell’Utri con la mostra «Un libro in maschera»: «un’opera di riparazione» compiuto da artisti bibliofili alla distruzione del libro nel XX secolo. Bruciare un libro vuole dire bruciare un uomo: genocidi di carta e spesso di esseri umani sono stati compiuti illuminando il buio di Berlino con il rogo dei «libri degenerati», oppure cancellando la memoria dell’Estonia e della Lituania, nonché quella Yiddish nell’Unione sovietica; hanno attraversato la Cina della rivoluzione culturale distruggendo la sapienza buddista e la poesia feudale, distrutto la biblioteca di Phnom Pen e quella di Sarajevo, di Kabul, Herat, Pul-i-Khumri, violato luoghi di cultura e di culto. E spesso ricordando tutto ciò viene da chiedersi fino a quando il libro sfuggirà alla distruzione totale che Ray Bradbury aveva profetizzato con Fahrenheit 451...

 

«Un libro in maschera», a cura di Gioia Mori, prende il titolo dall’opera verdiana e dall’omonimo testo di Raffaele De Bernardi e a conti fatti la mostra è proprio un ballo in maschera di «libri felici», pensati e/o creati dagli artisti chiamati a rappresentarli per ridare memoria, arginare il disastro, liberare le parole in essi contenute, dare vita ai sogni e giocare con metamorfosi e inganni. «I libri sono di chi li legge» ha sostenuto tempo fa Andrea De Carlo. «I libri hanno gli stessi nemici degli uomini: il fuoco, l’umido, le bestie, il tempo e il loro stesso contenuto» diceva Paul Valery e Heinrich Heine sosteneva che «dove si bruciano libri, si finisce per bruciare anche gli uomini». Ma forse la frase che più di ogni altra ci fa capire che cosa è un libro è quella di Gustave Flaubert: «Non leggete, come fanno i bambini per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No. Leggete per vivere».

 

Tra i 25 artisti partecipanti che con le loro opere re-interpretano e re-inventano attraverso l’uso di materiali e tecniche inaspettate l’oggetto-libro: Mirella Bentivoglio, Federica Marangoni, Greta Schodl, Franca Sonnino, Araki Takako, Emilio Vedova, Giuseppe Mastrangelo, Chiara Diamanti, Giulio Paolini, Lu Tiberi, Fortunato Depero. E ancora: Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Munari con la sua «Anguria lirica» del 1934, Tullio D’Albissola, Pietro Consagra, Christo, Giulio Paolini con «L’arte e lo spazio» dell’83, Arnaldo Pomodoro con il suo «Foglio», una pagina di bronzo argentato solidificata in una fusione del 1966... Opere che sfilano lungo il percorso della mostra suddiviso in cinque sezioni: «La biblioteca entropica», «L’inferno del bibliofilo», «L’infinito intrattenimento», «Gli indomabili» e «La rivolta degli angeli».


Dai libri-opere d’arte ai libri “classici”: accanto alle opere degli artisti sono esposte copie rare di titoli “a tema”: da Libro in maschera del 1983 di Raffaele De Bernardi al testo di Charles Asselineau L’inferno del bibliofilo del 1860, da L’infinito di Leopardi e Parole in libertà futuriste tattili del 1932 di Marinetti fino a Le bibliomane del 1831 di Charles Nodier, o Il Bibliotecario di Wolfangang Lazius, medico storiografo e bibliofilo tra Sei e Settecento, e persino il celebre dipinto cinquecentesco realizzato dall’Arcimboldo che raffigura l’equivalenza tra essere umano e libro. Perché poi un uomo è anche ciò che legge...

 

Luciana Baldrighi

Il Giornale – 23 aprile 2008


”Un libro in maschera”
Biblioteca via Senato
Fino al 21 settembre
Info: 02.76215314-323


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POLITICA
25 marzo 2008
Ho cambiato idea: non voto la lista di Ferrara


 

Cambiare le proprie idee è segno di incoerenza, fragilità, immaturità, o piuttosto permette di aprire davanti a sé nuovi orizzonti, nuove opportunità? Questa è la domanda che mi frulla nella testa in questa vigilia elettorale. Qualche settimana fa ho scritto un post in cui manifestavo l’intenzione di votare la lista di Giuliano Ferrara. Sostenevo che il tema della vita, o meglio la prevenzione dell’aborto, è un tema forte, tanto forte da poter dire che quella lista non era ancora un’altra lista, bensì un’altra “cosa”. Ed è davvero così se si pensa che la vita ha un valore assoluto su ogni altra problema che possa emergere su questa terra e metterla nella lista delle cose da fare in una qualsiasi campagna elettorale.

 

Evitare un aborto, facilitare una nascita, aiutare una donna nel compito più alto e più nobile che un essere vivente possa avere, quello cioè di dare continuità alla vita stessa, non è una “cosa” comune, è davvero “un’altra cosa”, ben al di là di quella che può essere una normale competizione elettorale. Un’idea questa del voto per la vita e la moratoria sull’aborto che non possono appartenere soltanto ad un partito ma che dovrebbero essere di “tutti” i partiti in quanto ognuno di essi è coinvolto in un modo od un altro nel tema dell’esistenza e del valore che ogni essere vivente deve dare ad esso. Un diritto assertivo che ogni uomo dovrebbe portare con sé alla stessa maniera di quella di cambiare il proprio modo di pensare.

 

Ed io questo modo di pensare che l’idea della vita, del non aborto, possa essere portata avanti da un solo partito sono venuto a modificarlo nel corso della campagna elettorale quando mi sono trovato a sentire gli argomenti politici posti sul tappeto da parte dei vari candidati a premier. Questi ultimi sono davvero tanti, mi sembra quindici in tutto. Forse la metà di quanti erano i partiti prima della decimazione fatta a causa della presente legge elettorale, ma pur sempre troppi in un paese come il nostro in cui ogni abitante ha un suo programma elettorale, una ricetta per la soluzione dei problemi e una legittima aspirazione ad essere candidato premier. Anche la lista di Ferrara viene a trovarsi in una situazione del genere: ha un suo candidato premier, un suo programma, dei propri candidati alla rappresentanza. Si, lo so, il tema unico della difesa della vita è una “cosa” superiore, elevata, ideale, una richiesta che va al di là della vita e per la vita, ma si trova stranamente ad essere asfissiato dalle contingenze della politica e condannato alla non vita, a non vedere la luce, proprio come quella piccola ed inerme vita di quell’essere che con l’aborto gli si nega la nascita e il diritto ad esistere alla luce del mondo.

 

Molte volte, le persone che modificano la propria idea sono giudicate incoerenti, fragili, immature, voltagabbana. Portare avanti le proprie opinioni, ad ogni costo, sembra spesso un monito di questa società. Da sempre l’uomo è alla ricerca di stabilità, certezze, e questo anche nel campo delle idee. La religione e la politica, sono ottimi esempi di perseveranza di idee, che solo raramente sono modificate, o addirittura quasi mai. Gli esempi abbondano, il primo è rappresentato dalla grande rivoluzione copernicana ed un possibile secondo è quello di tanti ex-compagni comunisti i quali non hanno mai, dico mai, avuto il coraggio di affermare il loro proprio cambiamento di idea politica.

 

E questo argomento della lista di Ferrara mi sembra proprio essere in argomento: religione e politica sono tirate in ballo per fini elettorali e di parte. Lo stesso Giuliano Ferrara ha avuto il coraggio di farlo, ma resta uno dei pochi esempi di gente che ha saputo farlo con intuito ed intelligenza, a viso aperto, pur se con tanto tormento. Per questa ragione la sua testardaggine ed andare avanti con la lista nonostante le tante obiezioni di amici politici ed intellettuali della sua parte, gli fa soltanto onore. Ma lui è Giuliano Ferrara, se lo può permettere. I cittadini elettori comuni come me e come tanti altri suoi lettori ed ammiratori non possono permettersi di disperdere il proprio voto dandolo ad uno dei quindici candidati a premier, anche se questo quindicesimo si presenta in nome della vita e contro la morte di tanti bambini innocenti condannati alla non vita.

È giusto difendere le proprie convinzioni, battersi per esse, ma non avere l’elasticità adeguata per modificarle, per metterle in discussione è sinonimo di eccessiva rigidità è altrettanto ingiusto. Nel nome delle nostre opinioni troppo spesso sostituiamo il discutere e ragionare insieme con l’eristica o controversia, finalizzata a far prevalere la propria tesi, vera o falsa che sia. Mettere in discussione credenze che sembrano assolutamente giuste, vere, inconfutabili permette alla persona saggia di aprire davanti a sé nuovi orizzonti, nuove opportunità. Intrappolati nell’era dell’omologazione, del qualunquismo, del conformismo, spesso c’illudiamo di avere idee originali, nostre e le difendiamo a spada tratta. Esistono poi delle convinzioni ormai radicate, fondamentali per il nostro equilibrio, nate nell’ambito familiare o culturale che non possiamo valutare come false. La tutela di queste idee, la smania di convincere gli altri che siamo nel giusto, ci fa dimenticare cosa è vero o sensato e ci porta a difendere l’indifendibile. Il rischio è quello di fare la fine del mulo che si ostinava a voler passare per dove era chiaro non poteva. 

 

Per questa ragione ho deciso di non votare la lista di Giuliano Ferrara, non perché la sua moratoria per l’aborto sia una falsa certezza, oppure perché la stessa è soltanto una particolare visione del mondo alla luce di un problema che è centrale sia al mondo che alla vita. Non è continuando a battere la testa contro il muro della competizione elettorale e a fare un’ennesima lista elettorale, con un ennesimo candidato a premier, che si porta avanti il tema alto del valore della vita e sperare che si possano fermare i milioni di aborti nel mondo. Dovremo sapere coinvolgere nel tema tutti gli altri partiti e candidati per farlo diventare un tema “universale” perché in questo suo “universo” tutti debbano ritrovarsi senza timori di rimanere “asfissiati” dalla moltitudine di tanti altri argomenti e temi che, da che mondo è mondo, emergono durante una campagna elettorale.

 

Se nel nostro Paese abbiamo bisogno di stabilità, riforme e governabilità non possiamo permetterci il lusso di votare ancora per quindici premier di altrettanti partiti e partitini. Giuliano Ferrara afferma che lui vola alto e che non intende essere uno di questi. Ma è la stessa realtà dei fatti a smentirlo, senza per questo nulla togliere al suo progetto che resta un vero e proprio progetto di vita e per la vita. Un progetto che chi vincerà le elezioni dovrà saper fare suo per il bene dell’intera umanità. Per questo motivo hanno ragione sia il Cavaliere che Walter a dire che votare i piccoli partiti significa sottrarre voti tanto al Popolo della Libertà che al partito Democratico. Quello di Ferrara non è un “partito”, è un’Idea, un’altra “Cosa” che verrà raccolta da chi vincerà. Ed io, poiché non intendo disperdere il mio voto, ho deciso di cambiare idea. Non farò dispiacere Walter, voterò Silvio. Così saranno entrambi contenti.


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CULTURA
17 marzo 2008
Elogio della scrittura


Un invito alla lettura vede il libro quale indispensabile momento di formazione individuale e ineludibile strumento per la costituzione di un sapere argomentato. Non intendo qui demonizzare i nuovi media. Non solo sarebbe antistorico, ma sicuramente non sortirebbe nessun effetto visto la globale pervasività , vorremmo in compagnia delle riflessioni di tanti autorevoli intellettuali richiamare l’attenzione di tutti i bibliomani e non sul "sapere che stiamo perdendo" da quando la televisione e tutti i suoi figli derivati che si ritrovano nel “social networking” assurge imperiosamente a divenire prima maestra in questa fase della nostra civiltà. Il sapere che stiamo perdendo è figlio della parola scritta, che ha costituito l’essenza della nostra civiltà fino ai nostri giorni, un sapere dialogico, astratto, costruttore di concetti, e produttore di pensiero argomentato.

E’il sapere che ha caratterizzato Homo Sapiens, un sapere lento, che oggi si vede contrastato dalla velocità figlio della cultura dell’immagine usat prepotentemente della televisione. Se è giusto il pensiero di tanti intellettuali per una riflessione critica nei confronti dei nuovi media, sembra comunque doveroso constatare pragmaticamente, che contro tutti i passati totalitarismi niente ha potuto la cultura comunque essa si sia manifestata. Queste precisazioni vogliono meglio specificare lo spirito di questo invito alla lettura, che vorrebbe essere figlio di quel pensiero laico che non ha da proporre alcuna ricetta per assicurare la bontà degli uomini e/o la felicità su questa terra. Quello che vorremmo proporre è un contributo alla formazione di uno spirito critico e non succube nei confronti dei nuovi media, senza con questo volere scagliare anatemi o parlare di fine della civiltà.

"Quali che siano le circostanze, abituatevi a discendere in voi stessi per trovarvi quelle quintessenze che vengono chiamate amore, saggezza, dolcezza, bontà, pace, ispirazione, purezza, gratitudine... Dei semplici oggetti, da voi tenuti in mano, possono aiutarvi a far riaffiorare ciò che è nascosto nel più profondo di voi stessi. Una piuma d’uccello, una foglia d’albero, un sasso… tutto può divenire un intermediario, un mezzo per entrare in relazione con il vostro mondo interiore. Anche una parola scritta su un foglio di carta può bastare: scrivete una parola, e grazie a quella sola parola, entrate nel
vostro laboratorio interiore, dove trovate il “flacone” che porta lo stesso nome. Quella parola scritta è come un testimone, un rivelatore; la tenete in una mano, mentre con l’altra cercate il flacone, e poiché esiste un’affinità fra quella parola e un certo flacone, finite per trovarlo. Non finirò mai di
ripetervelo: ci sono tantissime cose a vostra disposizione, ma a condizione che facciate lo sforzo di utilizzarle!".




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CULTURA
16 marzo 2008
La saggezza


“Ci si domanda talvolta da dove venga quell’espressione di serenità che caratterizza i tratti di certi saggi. Molto semplicemente, dal fatto che essi sono riusciti a vincere la paura di perdere qualunque cosa. Essi si sono elevati sino a quel vertice dove sentono che dentro di sé esiste qualcosa d’indistruttibile che non può essere loro tolto. Qualunque cosa accada, un vero saggio sa che l’unica realtà – in lui stesso e in tutti gli esseri – è quella vetta inaccessibile al male e al riparo da tutte le tribolazioni: lo spirito, la scintilla che Dio ha trasmesso alla creatura umana. Ma come arrivare fin lassù? Lavorando su di sé, purificando i propri pensieri e sentimenti, allo scopo di dissolvere a poco a poco gli strati opachi che ci separano da quella scintilla e ci impediscono di sentire che essa è la sola realtà. Ciò che la religione chiama “Provvidenza” deriva dalla certezza radicata incerti esseri, i quali ne hanno fatto l’esperienza, che qualcosa in loro è assolutamente al sicuro e sfugge a tutte le vicissitudini. “

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14 marzo 2008
La sincerità


"Qualcuno dice: «Io sono sincero e dico ciò che penso, soprattutto
ai miei amici». E lo si vede: egli demolisce tutto al suo
passaggio. La sincerità è sicuramente una qualità; costui, però,
non ha di che andare tanto fiero di quel genere di sincerità. Si
è forse posto anche solo delle domande sull’esattezza di ciò che
pensa? No. D’altronde, perché mai dovrebbe farlo? Non è forse la
libertà di pensiero una grande conquista dell’umanità?
D’accordo, la libertà di pensiero è una cosa preziosa, ma a
condizione di sapere realmente cosa sia il pensiero. Quante
persone chiamano “pensiero” un qualsiasi agitarsi del proprio
intelletto, a proposito di tutto ciò che a loro piace o non
piace! È un errore. Il vero pensiero non è legato al piacere o
al dispiacere, e non ha neppure inizio con il piano mentale –
l’intelletto –, bensì con il piano causale. Il pensiero
presuppone la conoscenza delle grandi leggi cosmiche. La prima
idea che si presenta non è un pensiero, e molti di coloro che
sostengono di dire ciò che pensano, dovrebbero capire che se
pensassero veramente, tacerebbero o parlerebbero solo dopo
essersi chiesti quanto valga la loro opinione."

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POLITICA
10 marzo 2008
In morte del buon gusto

La polemica politica nel nostro Paese ormai non risparmia più nessuno: poeti, sentimenti, morti, vivi, politici, comici, mogli, mariti, partiti, addirittura le ossa dei defunti sono oggetto di scherno, sarcasmo, ironia, vere e proprie battaglie culturali in piena frenesia mentale. Mi domando, perciò, come commentare la notizia che segue e che riprendo da RAINews24. Solo come documento del degrado culturale e sociale verso il quale stiamo scendendo lentamente ma inesorabilmente. Una china che non incontra ma abbatte e distrugge valori, sentimenti, pensieri. Non voglio essere catastrofico né tanto meno intendo qui prendere le difese del politico Mastella. Il mio pensiero va al poeta Foscolo, a suo fratello Giovanni, e ai tanti che hanno un fratello scomparso, come pure a tanti studenti ed insegnanti i quali hanno insegnato in classe questa poesia facendola imparare a memoria ai loro alunni. Un altissimo testo poetico schernito e  violentato dalla quotidianità di una politica che ormai non ha più nulla di nobile. Anche questo può essere un valido segnale della misura del disfacimento che abbiamo allegramente conquistato. Qualcuno mi dirà che esagero, che questa in fondo è solo ironia, comicità, sarcasmo, satira o qualche altra interpretazione strumentale di comodo. Io dico che segnala soltanto una grande ignoranza dei tempi e dei suoi attori sulla scena del momento, siano essi politici, poeti o comici.

 

Beppe Grillo 1(*) dà l'addio a Clemente Mastella che si e' ritirato dalle corse, usando la poesia scritta da Ugo Foscolo "In morte del fratello Giovanni" che diventa "In morte del fratello Clemente".

 

"Un di', 2(*)s'io non andrò sempre fuggendo

di partito in partito, me vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre 3(*) or sol suo di' tardo traendo

 parla di me col tuo cenere muto, 4(*)

ma io deluse a voi le palme tendo

e sol da lunge i tetti di Ceppaloni5(*) saluto.

Sento gli avversi numi 6(*), e le secrete

cure che al viver tuo furon tempesta,

e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanti voti oggi ti resta!

Gentil Clemente, almen le ossa 7(*) rendi

allora al petto degli italiani mesti".

 

NOTE:

1(*) L’autore, con sottile eufemismo, si riferisce alla morte politica dello statista italiano Clemente Mastella (Ceppaloni 5 febbraio 1947, vivente)

2(*) La poesia è attribuita al famoso compagno di merende Pierferdinando Casini (“Ferdy”) che ha condiviso le battaglie politiche di Clemente Mastella (“Clem”) per decenni

3(*) Il significato da attribuire alla “Madre” è fonte di discussione per gli studiosi. Se molti la riferiscono a Silvio Berlusconi, alcuni propendono a una allusione a donna di facili costumi

4(*) “Cenere muto” è il soprannome del Governatore Antonio Bassolino. La cenere infatti non parla e neppure Bassolino ha mai detto nulla ai giudici sul disastro ambientale in Campania

5(*) Città natale di Mastella di cui è sindaco a vita. E’ rimasta celebre la fiaccolata dei suoi abitanti a sostegno della moglie Sandra Lonardo costretta agli arresti domiciliari perché accusata di concussione

6(*) Gli “avversi numi” sono le percentuali di voto previste per il suo partito di ricatto e di governo, detto UDEUR. Infatti, nel 2008, per la prima volta un partito italiano registra intenzioni di voto negative. Fa perdere tra il 10 e il 12% dei voti a chi se lo prende

7(*) “Le ossa” sono in realtà i popolari torroncini natalizi autoprodotti da Mastella con i soldi del finanziamento pubblico al suo partito. Tutti gli italiani ne vorrebbero un etto.

 

     

La poesia di Foscolo

 

GIOVANNI

 

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, me vedrai seduto

 su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

 il fior de' tuoi gentil anni caduto.

 

La Madre or sol suo dì tardo traendo

parla di me col tuo cenere muto,

 ma io deluse a voi le palme tendo

e sol da lunge i miei tetti saluto.

 

Sento gli avversi numi, e le secrete

cure che al viver tuo furon tempesta,

 e prego anch'io nel tuo porto quiete.

 

 Questo di tanta speme oggi mi resta!

 Straniere genti, almen le ossa rendete

 allora al petto della madre mesta.

 

Composto nel 1803 a Milano, dove il Foscolo si trovava in esilio, il sonetto, esprime il senso di sconforto esistenziale per la perdita del fratello.

 

http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsid=79374

 

 


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TECNOLOGIE
10 marzo 2008
Una mappa per navigare il Web


Quando navighiamo nel Web, per aiutarci a gestire problemi cognitivi quali confirmation bias e information overload, ci sarebbe bisogno di motori di ricerca che sappiano raggruppare, riassumere, classificare l’enorme quantita’ di informazioni disponibili per proporci una visione piu’ astratta e globale dello spazio informativo, una “mappa” mentale che ci aiuti ad orientarci nel territorio dell’informazione disponibile, per capire quali sono i “luoghi principali” da visitare e poter pianificare una visita ordinata invece che vagare per centinaia di vicoli senza sapere esattamente dove siamo.

Diversi tentativi in questa direzione sono in corso ed alcuni di essi sono pubblicamente disponibili, v. ad esempio Grokker, Kartoo, Kvisu, Quintura ed Ujiko. Una cosa interessante che accomuna questi motori e’ che, a differenza di quelli tradizionali che producono solo risultati testuali, cercano tutti di dare una rappresentazione visiva esplicita della “mappa” e fornire degli strumenti interattivi per esplorarla. Diamo una veloce occhiata nel seguito alle diverse visualizzazioni (ogni figura di questo post puo’ essere ingrandita con un click).

http://lucachittaro.nova100.ilsole24ore.com/2008/03/datemi-una-mapp.html

 

 



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POLITICA
8 marzo 2008
Io voto la lista di Giuliano Ferrara


 

Io voto la lista di Giuliano anche se so che farò un dispiacere a Silvio. Il tema della vita, della sua importanza, della necessità di salvaguardarla, di difenderla e preservarla, credo sia di capitale importanza. E questi sono concetti ai quali tutti sembrano aderire. Non ci sarebbe allora bisogno, in occasione di una competizione elettorale, di presentare una lista che abbia nel suo programma l’unico e solo obiettivo di favorire la vita, evitando l’aborto.

Ben altri sono i problemi, dicono gli altri, quelli delle altre liste, che ci affliggono: l’occupazione, la sicurezza, la crisi dei mercati, la congiuntura internazionale, la mondezza, le grandi opere, il costo della vita, i problemi della giustizia, la crisi dei valori, la disoccupazione giovanile, le riforme istituzionali e via di questo passo. Se ci fate caso sono tutti temi che coinvolgono in egual misura sia una parte che l’altra. Voglio dire sia il centro-destra che il centro-sinistra.

Sì, avete ragione, ormai non si chiameranno più così. Diventeranno il Popolo della Libertà e il Partito Democratico, laburisti o conservatori, democratici o repubblicani. La vecchia destra e la vecchia sinistra assumeranno identità nuove con volti diversi, visto e considerato che alcuni reduci sia dell’una che dell’altra parte intendono occupare la terra di mezzo e quella delle periferie in maniera autonoma. Si illudono di poter fuggire dalla sfera di attrazione ideologica delle due nuove aeree politiche e di poter procedere da soli. Non si rendono conto che gli elettori sono stanchi di vivere con tanti, troppi pensieri nella mente e che la vita contemporanea avverte la necessità di averne pochi ma buoni, di pensieri intendo e, soprattutto, per il futuro dell’umanità.

In uno scenario del genere nessuno dei partiti, movimenti, liste e aggregazioni in campo ha posto il problema della Vita sul tavolo elettorale nella sua pienezza. Hanno cercato di evitare l’argomento perché, ma non lo dicono, lo temono. Lo ritengono scottante, trasversale, anti-politico, eticamente rischioso e compromettente, ipersensibile e, come se niente fosse addirittura troppo “universale”, perché va diritto al cuore della realtà dell’essere e del suo divenire, oltre ogni cultura, lingua, istituzione.

E chi, se non Ferrara poteva sollevare un problema del genere, una personalità che è tutto ed il contrario di tutto, in nome dell’assoluta libertà di pensiero? Un uomo che incarna il percorso della storia dell’intellettuale italiano mediterraneo contemporaneo, nel suo travagliato cammino tra utopie e rivoluzioni, tra est ed ovest, tra l’identità individuale e quella familiare, il laico e il religioso, l’antico e il moderno, il liberale e il libertario, il romantico e il reazionario, il razionalista e l’idealista, il cortigiano e il principesco, bandiera e portabandiera, individualista e qualunquista, narcisista e capopopolo, in breve, uomo e anti-uomo, ma sempre innamorato della vita e del futuro del mondo.

Non ho mai conosciuto né Giuliano Ferrara, giornalista intellettuale e cortigiano,  né il suo principe Silvio. Sono stato soltanto allievo di un suo indimenticabile zio, grande anglista, ma scarso politico, durante gli anni ruggenti del 68. Non condividevo le loro idee in quel seminario dell’università, anche se non mi fu mai chiesto esplicitamente di sposarle nel grande casino di quei giorni infuocati del 68. “Fuochi fatui” che mi spinsero lontano dall’università e che abbandonai scegliendo altre strade senza particolari rimpianti.

Ma il ricordo di quel grande zio, anche lui “poco politico” come il nipote, (come lo stesso Giuliano ha riconosciuto in una intervista a Barbara Romano) mi ha sempre accompagnato per tutta la mia carriera. Ora che mi ritrovo a fare i conti con le vere ragioni dell’esistenza scopro per mezzo di suo nipote, Giuliano Ferrara, le vere ragioni della vita. Sono ragioni semplici, essenziali, dirette: difendere la vita ben prima della nascita, sin dall’attimo del concepimento, per sconfiggere la morte quando la vita stessa rientrerà nel tempo. Se le cose stanno così, se Giuliano Ferrara è il nipote del mio maestro, se queste sono le ragioni che stanno dietro alla sua lista, se questo è il senso della sua ostinazione a voler proseguire contro tutti, anche contro il suo Principe, allora, io che sono niente, a confronto sia dell’uno che dell’altro, non potrò non votarlo.



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POLITICA
6 marzo 2008
Elezioni e ecoballe



Philip Pullella è un giornalista della Reuters, una delle agenzie giornalistiche più accreditate del mondo. Ha scritto un articolo sui simboli delle elezioni politiche italiane. Mi sono divertito a tradurlo perché penso che ogni tanto fa bene dare uno sguardo dentro alle cose nostre con gli occhi di chi ci è estraneo, oltre che straniero. Una leggera vena di umorismo pervade la cronaca dei fatti con la descrizione dei simboli. Mi sono chiesto cosa penserà il lettore comune di un paese di lingua inglese alla descrizione di quei simboli che ammontano ad oltre un centinaio. La mondezza, ovviamente, occupa la parte principale della descrizione ma non mancano i riferimenti religiosi e sessuali, sia in termini scientifici che triviali. Ecco la traduzione che ho cercato di rendere quanto possibile fedele.

ROMA (Reuters). Dal partito di “No Munnezza” a “Non navigate contro corrente”, al “Partito degli impotenti esistenzialisti del dr. Cirillo,” c’è un po’ di tutto per ognuno nelle elezioni generali italiane.

Quasi 180 simboli di partiti politici, movimenti, liste, sottoliste, sottopartiti e una miriade di altri piccoli gruppi sono stati presentati al Ministero dell’Interno alla scadenza della presentazione delle liste.

Nelle solita foresta di simboli con scudi e croci, bandiere, martelli e falci, colombe, soli, alberi e mari, ci sono alcuni simboli che fanno sollevare le ciglia per la meraviglia.

Il simbolo della lista “No Munnezza” prende il nome dal dialetto napoletano col quale si chiama la spazzatura e una sotto- lista di un partito per i “diritti degli animali” della regione meridionale della Campania.

La regione campana è stata sul fronte della notizie per tutte le ragioni sbagliate come si sa. Il suo governatore dovrà affrontare un processo il prossimo mese di maggio in relazione alla raccolta dei rifiuti intorno alla città di Napoli dove decine di migliaia di tonnellate di spazzatura sono state ammassate nelle strade.

C’è una lista del “Sacro Romano Impero” che si definisce “cattolica-liberale”. Il simbolo propone la foto della fondatrice del movimento, Mirella Cece, la quale l’ha fondato 21 anni fa.

Il simbolo del “Partito degli Impotenti Esistenzialisti del Dottor Cirillo”, lettere nere su fondo bianco, non dà nessuna indicazione su se il buon dottore si riferisca alla impotenza sessuale oa quella  politica. Il simbolo porta il numero 132.

Il Dottor Cirillo sembra essere un agitatore politico in continua evoluzione. Alle passate elezioni fu capolista del “Partito delle Buone Maniere” e del “Partito del Preservativo Libero”.

La falce e il Martello stanno scomparendo in Russia ma non meno di otto simboli li presentano. Il partito che ha il nome più lungo è “Il Partito Leninista Marxista Comunista Italiano”.

Quasi 25 partiti riuscirono a farsi rappresentare nel parlamento che si scioglie dove piccoli raggruppamenti possono esercitare un’influenza davvero notevole sulle coalizioni.

Tre partiti sono discendenti diretti dei defunti Democristiani ed hanno simboli con uno scudo e una croce, cinque partiti di estrema destra hanno una fiamma tricolore che una volta fu il simbolo dei neo fascisti.

Rose, garofani e edera decorano i vari simboli

Coloro i quali ritengono che la situazione economica e sociale italiana sia in brutte acque potranno aderire al “partito dell’ S.O.S.” che si è collocato nell’area del centro destra guidata da Silvio Berlusconi il precedente primo ministro.

Il nome di Beppe Grillo, un comico molto popolare che fa crociate col motto “Vaffan..o” rivolto ai partiti politici, appare su sei simboli incluso uno che dice che lui dovrebbe essere primo ministro e non Walter Veltroni e Silvio Berlusconi.

Tra il rumore ed il frastuono dei grandi partiti, piccoli partiti, separatisti siciliani e sardi, di destra e di sinistra, del centro, forse un partito sembrerà sedurre molti.

Il suo simbolo dice “Io non voto”.


http://shortlink.co.uk/rb9


 

 

 


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letteratura
5 marzo 2008
Un haiku a New York
all are in a hurry -
in the beggar's hand
only the rain



Vorrei commentare l'immagine di questo haiku rifacendomi ad una situazione vera vissuta da me durante una visita a New York. "All are in a hurry" è la visione del formicolìo umano che si può vedere ogni momento della giornata in quella metropoli che non si ferma mai. La fretta in effetti sembra essere la caratteristica di questa straordinaria città. Uno spettacolo, vedere fiumi di persone entrare nella Grand Station da un lato ed un altro fiume uscirne dall'altro. Da lontano sembrano serpenti che si snodano, il ticchettìo dei tacchi delle donne, il parlare urlando a se stessi nell'auricolare. Guai a tentare di andare contro corrente, vieni inesorabilmente travolto senza pietà. Arrivi e Broadway e sei abbaglaito da milioni di luci, suoni, colori mentre ti danzano sulla testa grattacieli che scalano il cielo. Il grosso cane lupo del poliziotto all'angolo ti annusa e ti scruta, appena ti ha scaricato il tassista nero, incollato al suo taxi giallo, che ti sbatte la portiera dietro perchè non gli hai dato il "tip", appena in tempo a scansare l'uomo sandwich che ti avvisa della prossima fine che farà il tuo mondo se non ti fermi.

E laggiù senti la predica della donna della Salvation Army, mentre ti passa accanto correndo un pellerossa, o almeno così pare. E poi scopri che è un attore appena uscito da una portone per dirigersi verso un teatro e si avvia verso il suo palcoscenico. Veloci scorrono le ultime notizie sul tabellone luminoso del Times, lampeggiano le cifre della Borsa, ulula un'ambulanza che quasi falcia i poveri pedoni in attesa del verde che non arriva mai. "All are in a hurry": fuggono? corrono? si rincorrono? Appaiono, scompaiono, svoltano, ridono, imprecano, nessuno vede il "beggar" e la sua mano stesa nel vuoto. La pioggia comincia a scendere fitta ed improvvisa, e quella mano sembra riempirsi d'acqua, come una coppa. Le gocce scorrono su quella pelle che luccica alle luci e tremola nella penombra. Nessuno parla, nessun lamento, nessun grido. Solo il cane del poliziotto accanto ogni tanto lo annusa, si ferma e lo guarda. Tutto scorre intorno, tutto è irreale, eppure tutto sembra fermo.

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POLITICA
5 marzo 2008
13. Il sistema

 

Al 68 si deve la progenitura dell’espressione globale, riferita alla Contestazione o al Rifiuto. Il nemico è il Sistema. Del globale nacque prima la contestazione e poi la sua accezione positiva o asettica. Con gli anni l’aggettivo polemico mutò in sostantivo neutrale, che allude a un processo tecnico ed economico. Spariscono i soggetti, comandano gli oggetti. La marcia si fa trend. L’indice del Capo che addita la meta, come nelle iconografie di Lenin, di Mao e di Castro, si fa indice mibtel o auditel.

Ma il 68 nasce per reazione a una società troppo autoritaria e repressiva o al contrario perchè si erano sprigionate troppe energie, tra libertà licenziosa e benessere? Forse aveva ragione Hannah Arendt a indicare un cortocircuito dei desideri sulla realtà, percepita come una gabbia da spezzare.

Rinvenuta una lapide antica per il 68: “Quando il padre tenta di rendersi simile al figlio comincia a temere i figlioli, e il figlio a non sentire né rispetto né timore dei genitori, per essere totalmente libero; e quando il meteco si parifica al cittadino e il cittadino al meteco, e così dicasi per lo straniero. Quando il maestro teme e adula gli scolari, e gli scolari s’infischiano dei maestri e così pure dei pedagoghi … mentre i vecchi accondiscendono ai giovani e si fanno giocosi e faceti imitandoli, per non passare da spiacevoli e dispotici”. La scrisse un anziano docente di 2500 anni. Il professor Platone, nell’VIII libro della “Repubblica” dimostra che il 68 non fu nemmeno una novità ma un vetusto rigurgito anarchico che periodicamente risale dalle viscere della storia.

Urlavano: tremate le streghe son tornate. Contesto che se ne siano mai andate. La novità del 68 è che si sono sindacalizzate.

 

 


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POLITICA
5 marzo 2008
12. L'egocentrismo del 68


L’egocentrismo generazionale e soggettivo fu l’effetto più profondo del 68. I contestatori vivevano con la convinzione che il mondo si svegliasse con loro, che la libertà nascesse da loro, che l’umanità si redimesse grazie a loro. Millenni di saperi rottamati, consolidati costumi che volavano come stracci. E a differenza delle rivoluzioni precedenti, nulla veniva rimandato a domani. La Rivoluzione Impaziente, da consumarsi preferibilmente in giornata, con effetto immediato. Nacque messianica, finì gaudente.

Col 68 l’Io coincide con lo spirito del tempo, in una forma di soggettivismo cosmico. Ogni ripensamento è permesso, inclusa l’autocritica. Si è autoreferenziali, non c’è bisogno del giudizio altrui. A criticare e criticarci ci pensiamo già da noi, voi siete intrusi o superflui. L’Autarca recita a soggetto.

Il 68 è l’elevazione di un dato anagrafico a valore. Nascono la generazione come patria globale e la lotta di classe generazionale. Il secolo di “Giovinezza”, dell’americanismo e del comunismo – dopo il boom economico – ha figliato il 68. La bio-utopia del 68 è un mondo senza vecchi né bambini, eterni ragazzi che prima con l’ideologia e la rivolta, poi con il lifting e il Viagra praticano la resurrezione dei corpi. Lasciateci giocare.

“Era una beatitudine in quell’alba essere vivi, ma essere giovani era un paradiso” (William Wordsworth). Sfugge un lieve conato d’invidia dei fratelli minori e degli esclusi dal soffio sessantottardo.

Ricordo personale. Il mio primo scritto politico risale al 68. In un tema alla scuola media criticai i contestatori che lanciarono uova marce alla prima della Scala. Scrissi:”Le uova marce non sono idee”. L’insegnante mi corresse con la matita blu: “Le uova marce non “delle” idee”. Era meglio l’originale, la licenza grammaticale lo rendeva più incisivo o omeopatico agli slogan sessantotteschi.

1968, compito di latino. Confondendo “avis” con “aviae”, un mio compagno traduce: “Le nonne volavano nel cielo”. Metafisica creativa, tra Manritte e il catechismo. Puro 68.

Gratitudine. Tutto quello che non so lo imparai a scuola e all’università dai prof sessantottini. Il resto, lo imparai di nascosto da loro, senza di loro, nonostante loro.

Cattivi maestri. “Io sono totalmente d’accordo con gli studenti” scriveva Bobbio. E se la lotta si è radicalizzata in forme di estremismo, ciò dipende – diceva l’esimio barone – dai “professori sordi”. Non era dunque violenza, ma cortesia: urlavano e urtavano perché riuscissero a sentire.


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POLITICA
4 marzo 2008
Avvertite Gramsci
Questo "appunto" di Filippo Facci è apparso su "Il Giornale" di oggi e merita di passare alla storia. Una storia che gli italiani non impareranno mai a leggere, nè leggendo all'indietro, nè al presente, nè tantomeno al futuro. Considerazioni quelle di Facci che ben si inquadrano nel discorso che per altri versi Marcello Veneziani ha sviluppato nel suo libro "Rovesciare il 68" che mi sono proposto di digitare e che pubblico sul blog periodicamente.



La macchina del tempo ci riporta agli anni Settanta e precisamente davanti ai cancelli di Mirafiori, a Torino, con gli operai furibondi che tuonano contro il padronato borghese e col Partito comunista che soffia sul fuoco. Immaginiamo questo: che a quel punto, noi, uomini di un altro tempo, vogliamo dire qualcosa di sconvolgente a quegli operai circa il loro futuro. Che cosa gli diciamo, per lasciarli basiti? Che il loro Pci cambierà nome per quattro volte? Che sparirà la parola «comunista»? Che sparirà anche «Partito»? Che Falce & Martello verrà svenduto a certi Garavini e Bertinotti? Sconvolgente, certo, ma sino a un certo punto. E allora che gli diciamo? Che un ex radicalino, certo Rutelli, sarà il loro sindaco? Che si prostrerà davanti al Papa? Che il loro Pci candiderà Badaloni, De Mita, Follini, Rosy Bindi e un ex boiardo dell’Iri? Sconvolgente, certo: ma stiamo parlando pur sempre con operai metalmeccanici cui interessa principalmente di se stessi, del proletariato, del padronato, del salario, la lotta di classe eccetera. Che gli diciamo? Questo: che il partito dei metalmeccanici, il loro partito, nell’anno 2008 candiderà direttamente il padrone, attenzione, non solo un industriale metalmeccanico: il presidente degli industriali metalmeccanici. Poi guardiamo la faccia che fanno.

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3 marzo 2008
Puttanate


''Com'è possibile che l'unica forma di creatività che si richiede ai ragazzi sia il tema? Possibile che non esistano altre forme con cui possano esprimersi, come un racconto, una foto o un filmato? Se un ragazzo è bravo a scrivere racconti perché questa sua capacità non conta nulla?. La scuola deve essere un luogo vivo, dove si possono fare delle esperienze di tipo formativo, sportivo, culturale, associativo''. Così si è espresso Walter Veltroni.

Il prof. Massimo Cacciari così gli ha risposto: "Lasciamo perdere la fantasia e altre puttanate. Così va a finire che gli studenti si montano la testa e magari si sentono tutti Leopardi''.

Tema in classe assegnato dal Prof. di Lettere Massimo Cacciari. 
Ecco la traccia: "Come non dire puttanate". 

L'alunno Walter Veltroni svolge: 
"Per non dire puttanate non bisogna essere un coglione"

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3 marzo 2008
Il pensiero


“Quali che siano le condizioni esteriori, nel mondo interiore – il mondo del pensiero – noi possiamo sentirci liberi, ma allorché vogliamo manifestarci sul piano fisico, dipendiamo dalle condizioni e siamo limitati. Se non otteniamo i risultati sperati, non dobbiamo affliggerci, poiché sappiamo che interiormente abbiamo tutte le possibilità di vivere una vita ricca, bella, vasta e utile a tutte le creature. I nostri pensieri e i nostri sentimenti vanno molto, molto lontano nello spazio, e grazie ad essi possiamo entrare in contatto con l’Universo intero; i nostri atti, invece, non toccano che poche persone. Perfino l’essere più potente è limitato nell’azione; ma se miglioriamo il nostro mondo interiore rafforzandoci nell’amore enella fede, avremo sempre più presa anche sul mondo esteriore.”



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POLITICA
2 marzo 2008
"Cattivi maestri"
 L’articolo che segue documenta ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’importanza di leggere il libro di Marcello Veneziani “Rovesciare il 68" che sto pubblicando periodicamente su questo blog. E si comprende anche l’ostracismo che il libro incontra dalla cosidetta grande stampa italiana. Questo libro va usato in tutte le scuole della penisola come libro di testo sul quale le nuove generazioni si devono formare liberandosi una volta per tutte dai quei miti che hanno affondato la nostra società e ancora la condizionano, mentre i “cattivi maestri”, come il signore qui sotto, continuano a scrivere e pubblicare.

Il ‘68 fu una spoliazione. «Il re è nudo» gridarono gli studenti guidati da Mario Capanna negli anni “formidabili”. Ma lo avevano spogliato loro. E oggi siamo a un bivio: perseverare nelle nostre nudità o rivestirci? Forse non tutti se ne sono accorti, ma c’è qualcuno che, in questa campagna elettorale, è entrato a gamba tesa. Rovesciando il ‘68, Marcello Veneziani è entrato come un coltello nel burro di questa campagna elettorale. E stona il suo libro, perché è un grido contro la (triste) realtà.

Mentre lo scrittore fa tappa in tutte le province del Belpaese per presentare il suo “Rovesciare il ‘68?, a destra e a manca fanno a gara per cristallizzare quell’anno nefasto. Mario Capanna ringrazia. E, a sua volta, gira l’Italia per presentare il suo ennesimo libro sugli anni formidabili (”Il ‘68 al futuro”). D’al tronde fu proprio lo studente eterno di Città di Castello a scrivere che «il ‘68 iniziò l’anno prima e continuò l’anno successivo». Peccato non sia mai finito. Non se ne sono accorti né Fini, né Berlusconi, né Casini. Se ne è accorto però Veneziani le cui riflessioni chiamano a qualcosa di più di una scelta elettorale. Chiamano a una rivoluzione individuale e civile. O di qua, o di là. Il dramma è che sono tutti di là. Perché il vero discrimine tra i sessantottini eterni e i “controrivoluzionari” passa per una sola parola: etica.

«Ne vedete qualche traccia?», si chiede Veneziani nel suo libro. Risposta di Veltrusconi: «L’etica resti fuori dalla campagna elettorale». Applausi bipartisan. Proprio così: fuori dalla politica, dalla polis (che è la nostra comunità vivente), dalla vita. Chi disobbedisce viene emarginato, a sinistra come a destra. E così si realizza quella ideologia che Veneziani battezza come «intolleranza permissiva». Permissiva sui valori e sulle scelte ribattezzate “di coscienza”. Intollerante verso chi non si adegua (il caso di Giuliano Ferrara e del linciaggio che sta subendo è emblematico).

Pensiamoci bene: mai come a quaranta anni dal ‘68, le forze politiche italiane sembrano unite trasversalmente intorno ai più profondi (dis)valori sessantottini: liberazione dalla morale, dalla coscienza condivisa (esiste solo la coscienza individuale), dal “peso” della famiglia naturale, dall’autorità del padre (alzi la mano chi conosce un politico di destra che difende le ragioni di un papà sulla scelta di una donna di abortire), dal rispetto per la religione e per la propria tradizione, dai vincoli morali che hanno sempre limitato la scienza… I nuovi dogmi radical e laicisti hanno ammorbato tutte le coscienze. Anche quella del Cavaliere che, pure, nel 2002, illuminò la politica italiana con una frase che, sommessamente, gli ricordiamo: «La vera laicità sta nel riconoscere la dimensione etica e spirituale dell’uomo».

Perfetto! Ha cambiato idea il nostro Cavaliere (che pure stimiamo più di ogni altro). Per questo il libro di Veneziani va letto d’un fiato: per riannodare i fili spezzati di una sensibilità che non ha più “cavalieri” in politica pronti a battersi, per fotografare con puntualità scientifica le premesse, gli esiti e le rovine del ‘68 e provare davvero a rivoluzionarli. Magari partendo dalla scelta per la vita (possibile che non ci sia un politico conservatore che chieda la revisione della 194?), dal riconoscimento del diritto naturale (illuminanti le parole di Veneziani quando spiega che riconoscere giuridicamente i fatti naturali significa tradurre la natura in civiltà), dalla difesa della famiglia che passa per «rimettere al mondo i padri» eliminati dai sessantottini. In una parola, ripartendo dall’etica, intesa nel suo senso etimologico di dimora, luogo originario di una civiltà, consuetudine radicata. Le scelte etiche sono la vera frontiera tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, tra nostalgici anche inconsapevoli del ‘68 e controrivoluzionari. Questo è il grido che Marcello Veneziani lancia nel suo ultimo libro. Ora i lettori capiranno perché nessun giornale (a parte Libero) ne ha parlato. Quel grido stanno cercando di soffocarlo.

ROBERTO PARADISI

LIBERO 29/02/2008


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POLITICA
1 marzo 2008
11. Il mondo nuovo

Il 68 fu l’ultimo tentativo di sognare un mondo nuovo e l’uomo nuovo attraverso il disordine creativo. Il 68 è stato la sigla di chiusura di questa utopia che ha attraversato il Novecento, comunista, fascista e tecnologico, ovvero americano, russo-asiatico e italo-europeo. Di ognuna di quelle rivoluzioni il 68 ereditò un segno. E in più l’abbronzatura tropicale della revoluciòn cubana.

Il sessantotto non nacque comunista e proletario, ma antiborghese, antisenile e antiautoritario. E internazionalista, libertario e radicale. Non operaio, tantomeno contadino, ma studentesco ed agiato. Contestò l’educazione e le sue fonti, la scuola e l’università, non la tv. Si accanì con i vecchi luoghi di formazione, trascurò le nuove fabbriche di mentalità e costumi. Eppure Guy Debord aveva insegnato che la realtà stava cedendo all’apparire e lo spettacolo assurgeva a falsa verità dell’Occidente.

Vedendo passare in corteo i sessantottini, Eugene Ionesco li ingiuriò con una profezia: “diventerete notai”. In effetti molti di loro passarono da “Agito ergo sum” a “Rogito ergo sum”. La contestazione finì in contestazione.

Il 68 fu soprattutto una metafisica dei costumi, una rivoluzione permissiva antiborghese sul piano ideologico, ma intraborghese sul piano degli effetti. Il 68 non liberò gli oppressi ma i repressi, fece compiere il passaggio della borghesia dal vecchio universo cristiano-famigliare e nazionale a una neoborghesia spregiudicata e sradicata, priva di valori e pudori, irredenta alla morale. Lo capirono da versanti opposti Del Noce e Pisolini. Il 68 fu la febbre di sviluppo che trasformò la borghesia in ceto medio, votato a vivere la comodità borghese con modi proletari e licenze nobiliari.

Il 68 non mutò gli assetti di potere, né politici né economici. Il potere capitalistico restò in sella con i salotti buoni. La DC restò al governo con i suoi alleati. Il potere non fu rovesciato e neanche ferito. In compenso gli effetti sociali e culturali furono vasti e devastanti: la scuola e l’università, la chiesa e le istituzioni, la famiglia e la borghesia uscirono peggio di come vi erano entrate. Non solo più affaticate e demotivate, ma anche umanamente, culturalmente, eticamente sfiancate, inacidite, peggiorate.

Le domande da cui sorse il 68 erano fondate: la voglia di autenticità, pienezza e leggerezza, il sogno di liberarsi dalle piccole, stanche bugie, dai falsi totem e logori tabù, dalle meschine sicurezze della vita comoda centratasi consumi… ma le risposte furono vaghe, assenti o peggiori dei disagi che le avevano generate. Così il 68 si risolse in una barbara supremazia del presente, dell’immediato, dell’io sul mondo, sul passato e sul futuro.


http://www.huxley.net/

 








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POLITICA
1 marzo 2008
10. Il parricidio

Il ’68 fu l’apoteosi del parricidio gioioso, il progetto di liberarsi dal padre per andare incontro ai “domani che cantano”. L’esito è stato che alla perdita del padre ha corrisposto la perdita del figlio; il rifiuto del passato ha prodotto il rifiuto del futuro e il domini egocentrico del presente. Il parricidio si fece infanticidio, tra aborti, contraccettivi e denatalità. Chi elimina il padre elimina il figlio. I sessantottini vollero sentirsi figli del proprio tempo anziché dei propri padri. E al proprio tempo sacrificarono anche quello delle generazioni venture. Cominciò con l’avvento di una generazione che diventò poi una degenerazione.

Il sessantottino non riesce ad assumere il ruolo paterno perché si sente ancora il Figlio Unico (variante puerile dell’Unico di Stirner). Rifiuta di procreare, separandosi dalla famiglia o al più mimetizzandosi da coetaneo dei propri figli.

Il parricidio del 68 non fu solo la liberazione dal padre, ma anche dal Padreterno, dal santo padre, dalla terra del padre, compensata dall’avvento della fratellanza, generica perché universale. I sessantottini spezzarono il legame con ogni paternità, presentandosi al mondo come autocreatisi; trovatelli sulla ruota degli esposti. Da lì il loro congenito esibizionismo.

La generazione del 68 fu la prima a crescere con l’auto in famiglia e frigorifero e termosifone, tv e telefono in casa. I sessantottini furono i primi adolescenti a vivere nell’epoca della conquista dello spazio, del villaggio globale, della messa non più in latino. I primi a vedere le guerre e le rivoluzioni direttamente in casa, tramite la tv. Fu la prima generazione a sentirsi figlia di un tempo più che di un luogo, di un’epoca più che propri genitori.

Dopo il 68 l’uomo si sente davvero “una carcassa del tempo”. Hegel disperse le ceneri di Dio nel divenire della storia, gli ultimi rivoluzionari dispersero le ceneri dell’uomo nello svanire del tempo. Hegel alla frutta, anzi al torsolo.


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POLITICA
1 marzo 2008
9. Il simbolo del 68

Il simbolo del 68 è un’intrepida ragazza dai capelli corti, issata sulle spalle dei compagni che sventola una bandiera vietnamita. E’ il santino della Rivoluzione francese e la Statua della Libertà. Quell’icona, che fece innamorare milioni di coetanei riempiendoli di passione ideale, ha una storia diversa dalla mitologia che ci è stata trasmessa. Per cominciare, non è il simbolo del maggio francese perché è una ragazza inglese. Non è poi un prototipo della rivoluzione antiborghese perché si tratta di un’aristocratica, la contessina Caroline de Benderne. Non è una foto casual perché Miss Caroline era una modella e si mise in posa, come lei stessa ammise in un’intervista a “Le Monde”. Poi non era salita sulle spalle dei manifestanti per sventolare la bandiera, ma perché le facevano male i piedi. Nessun gesto eroico, ma mero parassitismo per comodità pedestre. Infine Caroline chiese un risarcimento al fotografo perché quella foto le costò la carriera di modella e suo padre il conte la diseredò. Da mito a gadget e testimonial. Crollato il mito di Caroline, l’ultima eroina che ci lasciò il 68 fu una bianca polverina.

L’arresto cardiaco dei sessantottini al loro magico anno: la loro mente non si è più ripresa dall’ictus celebrante. Il 68 è il numero civico di una casa di riposo per ragazzi invecchiati che passarono dall’adolescenza alla senilità senza attraversare la maturità.

Il 68 infiammò un’epoca e poi lasciò una nuvola di fumo. Fumo ideologico per una generazione rapita da fumose utopie. Fumo di molotov, micce e P38 per una generazione che scelse la violenza ed il partito armato. Fumo di canne e allucinogeni per una generazione che fuggì dalla realtà attraverso la droga. Le tre gioventù fumanti che uscirono dal 68 inseguivano un miraggio comune: il paradiso artificiale a portata di mano. Paradisi collettivi, elitari o individuali. Il cielo fu trasferito in terra – tutto e subito – grazie all’utopia rivoluzionaria, il terrorismo e la droga. Gli ideologi si curarono delle anime; i terroristi dei corpi; i figli dei fiori del giardinaggio.

 

maggio_francese

http://xrl.us/bfyjr

marcello-veneziani-rovescia-i-calzini-ai-sessantottini


 

 


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POLITICA
1 marzo 2008
8. Il disordine creativo


L’anno maledetto che dura da quaranta


Il 68 non è un avvenimento. Non fu una guerra, non fu una rivoluzione, non ha rovesciato il potere. Non ci furono morti né prigionieri. Il 68 fu il virus di un’epoca riassunto nella superstizione di una cifra. Quel numero è il codice di accesso di una mentalità. Il 68 non designa un evento, di per sé vago e modesto, ma sintetizza un clima e un passaggio. Come esistono i non luoghi, ci sono pure i non eventi.

Dopo il 68 i padroni sono rimasti padroni, anche se hanno cambiato metodi e stili. I potenti sono rimasti potenti. I politici sono rimasti una casta, con i suoi privilegi e intrighi. Comandano sempre più le elite dei tecnocrati, che non devono nemmeno rispondere agli elettori. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri non sono sempre più poveri ma il divario tra loro si allarga. Il comunismo è crollato, il sistema capitalistico si è fatto globale. La rivoluzione sognata dal 68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma i valori e i costumi.

Hanno commutato il 68 in ergastolo. Sono quarant’anni che scontiamo questa pena ed è la quinta volta, almeno, che si celebra in grande il suo anniversario, dopo tre decennali e un venticinquennale. Perché allora alimentare la sua celebrazione? Perché il 68 è il numero di targa dell’ultima rivoluzione tentata in Occidente; perché è l’azionista mentale di riferimento dei nostri giorni; perché è il marchio di produzione della razza padrona che detiene le chiavi del nostro tempo.

Di 68 ce ne furono almeno te: quello americano, fiorito nei campus sull’onda della guerra del Vietnam; quello francese, esploso in maggio e poi dilagato in Europa; infine quello anticomunista, che ringiovanì il dissenso sovietico e lo estese ai paesi satelliti dell’Urss. Altri fenomeni furono esotici o marginali. Il nostro 68 fu meno significativo ma più duraturo, cronico. Fiorì poco ma dette più frutti: di potere, di eversione e d’evasione.

Il 68 si divide in due categorie: c’è un 68 piccolo e un 68 grande. Il piccolo è un numero estratto da una minoranza che voleva rovesciare il corso del mondo. Fu il frammento di una generazione che si fece movimento. Il piccolo vive di ricordi appartenenti a una goliardia demiurgica, ed è finito in un acquario, fra i trofei di un’epoca remota. Talvolta ha acquisito con la canizie una rispettabile marginalità, che consente di commercializzarne la memoria senza comprometterne la coerenza. Quel piccolo 68 fu velleitario, idealista ed arrogante, ma non fu contagiato dal terrorismo né si lasciò prendere dal carrierismo. Restò imbalsamato nella sua pubertà. Come una promessa che non si fece mai realtà. Il 68 grande, invece, è la metafora di un mutamento epocale, che ancora perdura. Il 68 piccolo è un languore, il 68 grande invece ha vinto, o perlomeno ha dilagato… L’ombra della sua egemonia si allunga sui nostri giorni.

 


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POLITICA
29 febbraio 2008
Il '68 fu una spoliazione

L’articolo che segue documenta ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’importanza di leggere il libro di Marcello Veneziani “Rovesciare il 68" che sto pubblicando periodicamente su questo blog. E si comprende anche l’ostracismo che il libro incontra dalla cosidetta grande stampa italiana. Questo libro va usato in tutte le scuole della penisola come libro di testo sul quale le nuove generazioni si devono formare liberandosi una volta per tutte dai quei miti che hanno affondato la nostra società e ancora la condizionano.


Il ‘68 fu una spoliazione. «Il re è nudo» gridarono gli studenti guidati da Mario Capanna negli anni “formidabili”. Ma lo avevano spogliato loro. E oggi siamo a un bivio: perseverare nelle nostre nudità o rivestirci? Forse non tutti se ne sono accorti, ma c’è qualcuno che, in questa campagna elettorale, è entrato a gamba tesa. Rovesciando il ‘68, Marcello Veneziani è entrato come un coltello nel burro di questa campagna elettorale. E stona il suo libro, perché è un grido contro la (triste) realtà.

Mentre lo scrittore fa tappa in tutte le province del Belpaese per presentare il suo “Rovesciare il ‘68?, a destra e a manca fanno a gara per cristallizzare quell’anno nefasto. Mario Capanna ringrazia. E, a sua volta, gira l’Italia per presentare il suo ennesimo libro sugli anni formidabili (”Il ‘68 al futuro”). D’al tronde fu proprio lo studente eterno di Città di Castello a scrivere che «il ‘68 iniziò l’anno prima e continuò l’anno successivo». Peccato non sia mai finito. Non se ne sono accorti né Fini, né Berlusconi, né Casini. Se ne è accorto però Veneziani le cui riflessioni chiamano a qualcosa di più di una scelta elettorale. Chiamano a una rivoluzione individuale e civile. O di qua, o di là. Il dramma è che sono tutti di là. Perché il vero discrimine tra i sessantottini eterni e i “controrivoluzionari” passa per una sola parola: etica.

«Ne vedete qualche traccia?», si chiede Veneziani nel suo libro. Risposta di Veltrusconi: «L’etica resti fuori dalla campagna elettorale». Applausi bipartisan. Proprio così: fuori dalla politica, dalla polis (che è la nostra comunità vivente), dalla vita. Chi disobbedisce viene emarginato, a sinistra come a destra. E così si realizza quella ideologia che Veneziani battezza come «intolleranza permissiva». Permissiva sui valori e sulle scelte ribattezzate “di coscienza”. Intollerante verso chi non si adegua (il caso di Giuliano Ferrara e del linciaggio che sta subendo è emblematico).

Pensiamoci bene: mai come a quaranta anni dal ‘68, le forze politiche italiane sembrano unite trasversalmente intorno ai più profondi (dis)valori sessantottini: liberazione dalla morale, dalla coscienza condivisa (esiste solo la coscienza individuale), dal “peso” della famiglia naturale, dall’autorità del padre (alzi la mano chi conosce un politico di destra che difende le ragioni di un papà sulla scelta di una donna di abortire), dal rispetto per la religione e per la propria tradizione, dai vincoli morali che hanno sempre limitato la scienza… I nuovi dogmi radical e laicisti hanno ammorbato tutte le coscienze. Anche quella del Cavaliere che, pure, nel 2002, illuminò la politica italiana con una frase che, sommessamente, gli ricordiamo: «La vera laicità sta nel riconoscere la dimensione etica e spirituale dell’uomo».

Perfetto! Ha cambiato idea il nostro Cavaliere (che pure stimiamo più di ogni altro). Per questo il libro di Veneziani va letto d’un fiato: per riannodare i fili spezzati di una sensibilità che non ha più “cavalieri” in politica pronti a battersi, per fotografare con puntualità scientifica le premesse, gli esiti e le rovine del ‘68 e provare davvero a rivoluzionarli. Magari partendo dalla scelta per la vita (possibile che non ci sia un politico conservatore che chieda la revisione della 194?), dal riconoscimento del diritto naturale (illuminanti le parole di Veneziani quando spiega che riconoscere giuridicamente i fatti naturali significa tradurre la natura in civiltà), dalla difesa della famiglia che passa per «rimettere al mondo i padri» eliminati dai sessantottini. In una parola, ripartendo dall’etica, intesa nel suo senso etimologico di dimora, luogo originario di una civiltà, consuetudine radicata. Le scelte etiche sono la vera frontiera tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, tra nostalgici anche inconsapevoli del ‘68 e controrivoluzionari. Questo è il grido che Marcello Veneziani lancia nel suo ultimo libro. Ora i lettori capiranno perché nessun giornale (a parte Libero) ne ha parlato. Quel grido stanno cercando di soffocarlo.

ROBERTO PARADISI

LIBERO 29/02/2008


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POLITICA
26 febbraio 2008
Il Premier di se stesso






Appaiono come funghi i tabelloni elettorali che un tempo si dicevano a "cinemascope", vere e proprie gigantografie animate sulle quali la testa del candidato premier sorride, ammicca, invita, segnala, accoglie, indica, afferma, dichiara, proclama... Gli occhi dal cartellone ti seguono e ti inseguono, ti scrutano, ti riconoscono e ti vogliono far cadere nella trappola del voto da dare a loro. Prendete ad esempio il volto di Casini. Sorride fanciullescamente, i capelli brizzolati, elegante, un mezzo sorriso, sembra quasi di sentire la sua voce, chiara, bacchettante, scandita. Lo rivedi una delle punte del tridente in mano da sempre al Cavaliere: Fini, Bossi, Casini. Un tridente ormai spuntito. Bossi c'è ancora, ma è costretto all'angolo dal destino baro e crudele. Fini è rimasto vero delfino.

Lui, Casini, ha tradito il padre e il padrone, i fratelli e i fratellini e si è auto nominato premier di se stesso. E spera che gli Italiani lo votino. Lui si è incazzato a morte quando il Cavaliere ha detto che un voto a Casini è come dare il voto a Veltroni. Ed ha ragione. Anzi, forse, è meglio addirittura votare Veltroni perchè così almeno gli si risparmia l'eventuale "casino" che questo aspirante premier sarebbe capace di fare in caso passasse con Walter.

Ma dico io: come si fa a votare Casini? Lui, però, ci crede ed è intenzionato a dare una lezione al suo ex-padre padrone. Anche le illusioni aiutano a vivere.

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POLITICA
26 febbraio 2008
7. I cocci del 68


La trasgressione futura sarà la tradizione, esigerà doveri prima che diritti, educazione prima che liberazione. La prossima trasgressione sarà farsi un mito come alcuni si fanno un trans e farsi una fede come altri si fanno le canne. Di questo tratta il seguente testo, diviso in quattro stagioni, come gli anni, gli armadi, le pizze: l’autunno del 68, l’inverno del presente, la primavera della famiglia uso single, l’estate del 68 capovolto.In punto di morte Wittgenstein confidò: “Ho sempre sognato di scrivere un libro di filosofia fatto solo di battute di spirito. Ma non avevo il senso dell’umorismo”. Forse solo Nietzsche ci era quasi riuscito. A rispettosa distanza, siamo sulle loro tracce.Se la filosofia è il proprio tempo appreso (o rappreso?) nel pensiero, come sosteneva Hegel, questo è un tentativo di filosofia del presente, ovvero di pensare la realtà alla vita che ci sta davanti. Con escursioni in alto e immersioni in basso, voluta disparità di piani e ibridazioni da sconcerto.

Alcuni pensieri che qui compaiono mi hanno assalito di notte, azzannando i polpacci della mente e non mollando la presa fino a che li ho rinchiusi nella gabbia dell’agenda (poi smarrita in treno). Su alcuni superstiti traspare il segno della colluttazione.

Il testo seguente è stato concepito in chiave omeopatica, come se fosse un testo sessantottesco, negazionista e blasfemo rispetto al canone dominante; rapsodico e intermittente. E’ scritto a brani perché siamo sbranati dalla vita, non ci sono lunghe analisi e durature concentrazioni. Siamo a pezzi, lo diceva già Montaigne. Alla nostra epoca psicolabile si addice lo zapping. Si può leggere a caso, in disordine creativo.
 


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POLITICA
25 febbraio 2008
6. Liberatori e liberisti

E’ falso il bipolarismo tra liberatori e liberisti ed esclude troppi e troppo.

Dall’altra parte, come accadde ai tempi del Maggio francese, i cosidetti moderati viaggiano in spaventoso ritardo; giudicano il mondo con le categorie arcaiche del comunismo e della Democrazia cristiana, o con quelle idiote del tatticismo partitico. Non hanno capito che dopo Napoleone Berlusconi la lotta politica non partità da un principe ma da un principio, ovvero da un’idea che si è messa in moto. E quell’idea ruota intorno al 68 e alla necessità di rovesciarlo, come si rovescia un potere inacidito e sedimentato, un mix di fanatismo e nichilismo che produce una bestia strana, un centauro che si può definire solo con un ossimoro: intolleranza permissiva.


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POLITICA
25 febbraio 2008
5. L'intolleranza permissiva

L’intolleranza permissiva è l’ideologia che ci ha lasciato in eredità il 68. Permissiva sul piano dei valori e dei doveri, dei costumi e dei linguaggi; intollerante verso chi non si riconosce nell’ondata di liberazione civica e sessuale e non accetta il suo modello ideologico. L’intolleranza permissiva è l’esatto rovescio della tolleranza repressiva, che fu il filo conduttore della Contestazione, tessuto da Marcuse.


Da ragazzi scrissero “Vietato vietare”, da adulti aggiunsero: “I trasgressori saranno severamente puniti a norma dell’articolo 68?. E nacquero gli anni del conformismo e del pensiero corretto, dove l’intolleranza a norma di codice ideologico cresce insieme alla morale permissiva. Una strana fraternità. Abele diventò il mandante di Caino.

La rivoluzione politica del 68 fallì. Invece ha trionfato la rivoluzione libertina ch sostituisce il principio del piacere al principio di realtà. Parafrasando Gramsci, il pessimismo della ragione e l’ottimismo della voluttà.

Del 68 qui non si fa la storia ma la filosofia; o, se volete, la patologia. La tesi che percorre questo saggio è che il 68 non sia un evento ma un virus con affetti ancora attivi.

Il 68 è un pre-testo per un viaggio nel presente, le sue radici e i suoi frutti. Vi è narrato il passaggio da sessantottini a sessantottenni, ovvero la parabola pensionistica di un movimento giovanile promosso dalla generazione nata negli anni Quaranta. Ma dopo quarant’anni anche un movimento raggiunge il massimo d’anzianità e ha diritto alla pensione.


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POLITICA
25 febbraio 2008
4. La zeta di Zorro

L’appello di Sarkozy contro la malattia ereditaria del 68 ha colpito in pieno anche il morbo italiano. Non solo la sinistra radicale è figlia del 68, e solo nello spirito del 68 ritrova il suo filo conduttore tra verdi, femministe, ex e neocomunisti, trans, no global e anarchici insurrezionalisti. Ma anche la sinistra riformista e liberal non ha trovato alla sua base nulla di meglio che l’ombra del partito radicale di massa, ovvero una forma di rivoluzione tardo-sessantottina, pannelliana nel caso italiano, applicata ai diritti civili, alla famiglia, ai sessi; esattamente come fece il 68 che trasferì la rivoluzione dalla fabbrica alla casa, nella guerra tra padri e figli, tra pudore e libertà sessuale, tra autorità e licenza, tra fedeltà e mutamento. Zapatero è l’ultima lettera dell’alfabeto sessantottino; il segno che lascia sugli spagnoli, la famiglia e la religione, come la Zeta di Zorro, un marchio di fabbrica sessantottarda. I promotori del Partito democratico sono gli ultimogeniti del 68: ex comunisti ed ex radicali, più una spruzzata cristiana alla don Milani, surrogati di un’ideologia light, furba e piaciona, moralista e telegenica.


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POLITICA
22 febbraio 2008
3. "Liberté, identité, securité"

“Liberté, identité, securité". Non ha avuto torto Nicolas Sarkozy a fondare la sua campagna vincente nel nome dell’identità, dell’autorità e della sicurezza contro il 68 e i suoi reduci, e non ha avuto torto la rivale Ségolène Royal a difendere il 68 come ultima ragione sociale...

foto intervento

 ...Chi dice comunismo, resistenza e fascismo, parla di nature morte. Chi dice che l’antifascismo è la nostra sola religione civile, ci fa capire perchè il nostro paese si è dato all’ateismo civile; se quel dio è appassito, vecchio e sepolto insieme al suo nemico, non può suscitare una ragione civile. Chi dice destra e sinistra parla di due sorelle in menopausa. Invece hanno ragione i francesi a richiamarsi su opposti versanti al 68: è l’unica eredità vigente. Da abbracciare o respingere”.


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POLITICA
22 febbraio 2008
2. Ratzinger, sessantottino pentito?

“Sembra grottesco pensare al presente e al futuro col torcicollo, guardando a un quarantennio fa; ma quella fu l’ultima rivoluzione in Occidente, l’ultima febbre che attraversò le giovani generazioni...

foto intervento

...Quei rivoluzionari e i loro continuatori sono oggi la classe dominante, sul versante progressista e su mezzo versante moderato; nella cultura, nella politica e nei media nella scuola e nell’università, nel sindacato e nella magistratura, nel regno della ricreazione e nella pubblicità. Il potere, quando vuol darsi un volto e una voce, e non esaurirsi nel procedere della Macchina o del Mercato, usa il gergo e il canone sessantottino. Da qui l’utilità di trattare del 68 permanente. Convinti, come ha detto Ratzinger, il più autorevole sessantottino pentito, che il 68 sia stata l’ultima cesura storica in seno all’Occidente”.


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POLITICA
22 febbraio 2008
1. Rovesciare il 68

Ho deciso di digitare un libro che dà il titolo ad una delle categorie di questo blog: "Il 68", scritto da Marcello Veneziani, pubblicato da qualche giorno da Mondadori ed in vendita al prezzo di 17 euro. E’ un libro molto particolare, sia per il contenuto che per la forma in cui è scritto. Quest’ultima mi ha fatto decidere la sua digitalizzazione in quanto il testo si presenta in forma di brevi paragrafi indipendenti e significativi, collegati l’uno all’altro dal nesso narrativo che ne fa un vero e proprio saggio storico politico. Nel suo insieme il libro è un “pamphlet” nella migliore tradizione saggistica dei “pamphleteers” anglo-sassoni. La forma breve e indipendente del paragrafo ne permette una lettura cadenzata online. Essa sarà, se è il caso, corredata da richiami linkati ai quali il lettore potrà accedere, se lo desidera, per approfondimenti. Questi inserimenti non altereranno assolutamente i contenuti e saranno diversificati graficamente. Potranno essere oggetto di discussione sul blog da parte dei lettori.

foto intervento

Non ho mai parlato con Marcello Veneziani ma è come se lo conoscessi da sempre in quanto lo leggo sin da quando era il direttore de “Il Settimanale” scomparso da tempo, ed anche prima. Ho letto molti suoi libri e leggo i suoi articoli su “Libero” ed ovunque la sua apprezzata firma appare. Chi desidera conoscere la sua biografia può andare qui al link Marcello_Veneziani. Ecco il primo paragrafo della sua premessa al libro intitolata “Per farla finita con il 68? che in un certo qual modo conferma e giustifica questa operazione che vuole essere un servizio non solo alla diffusione, lettura e studio dell’importante libro di Veneziani, ma anche la possibilità di una lettura mirata ed allargata anche ad interventi esterni di approfondimento. Chi scrive si trova ad avere qualche anno in più di Veneziani e ad aver subito le violenze di quei fuochi fatui sia da un punto di vista mentale che familiare. Fuochi fatui dai quali riuscì a fuggire ma dai quali qualche altro a lui vicino non ha fatto mai ritorno. Se queste sono le premesse di Veneziani, bene, posso dire che sono anche le mie. Mi sento di poter condividere con lui questo percorso di lettura e dalle sue parole ricevere la giusta chiave di comprensione di un periodo cruciale della mia esistenza e della storia del nostro Paese. Arrivederci al prossimo paragrafo nella “categoria” dedicata al 68. 

 

Marcello Veneziani

Rovesciare il 68

Pensieri contromano su quarant’anni

di conformismo di massa 

Premessa 

Per farla finita col 68 

“Lo scontro del futuro prossimo sarà tra chi ha fatto il 68 e chi lo ha subito. Ovvero tra i protagonisti del 68, i complici, i tifosi e i semplici continuatori di quell’onda lunga e corrosiva; e coloro che quell’onda la ebbero in faccia o ne furono travolti alle spalle, quelli che il 68 lo patirono perchè furono suoi bersagli e vittime, ed anche postume. Subirono il 68 precedessori e successori del parricidio gioioso della Contestazione, che si trovarono a vivere tra le sue rovine e le sue orfanità. Quelli che, come me, non fecero in tempo a viverlo, per acerbi limiti di età. Arrivammo a festa finita, e vivemmo tra i rottami, i fiumi e le carcasse che avevano lasciato per terra. Ma ne scontiamo ancora gli effetti. E sono ancora all’opera i suoi somministratori”. 


Avviso di lettura online:

"Scroll up" per la lettura sequenziale.  "Scroll down" per la lettura inversa.




 


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POLITICA
11 gennaio 2008
Pagare piangendo e mai a fottere!

Se posso tirare le somme di quanto si è detto su chi “piange” e chi “fotte” nella crisi della spazzatura campana, vorrei fare alcune considerazioni:

1. Siamo un Paese sempre più disunito
2. Il governo Prodi non cade
3. Bassolino non si dimette
4. Pecoraro Scanio non si dimette

5. Il Sindaco Iervolino non si dimette
6. Nessuno finirà in galera
7. La monnezza troverà la sua strada comunque
8. Gli Italiani del Nord e del Sud resteranno a “piangere” senza “fottere”.

Cercherò di sviluppare questi punti dando spazio alla scarsa creatività che mi ritrovo, nel mare delle opinioni espresse in questi giorni su questi argomenti da tanti esimi tuttologi. Il primo riguarda il Paese Italia sempre più disunito, non perché gli abitanti delle altre Regioni abbiano espresso i loro dubbi sulla monnezza della Regione Campania. C’è chi dice che non ha spazio, chi non è attrezzato tecnicamente, chi afferma che non ha ancora ricevuto i soldi del precedente smaltimento, chi vuole le dimissioni dei responsabili, chi non ne sa nulla, chi schifa non solo la spazzatura ma anche i Campani…

E’ vero che sarebbe il caso di dire “chi è causa del suo male pianga se stesso” e quindi noi Campani dovremmo affondare e affogare nella spazzatura che produciamo, è vero che dovremmo mandare via i responsabili, dovremmo insomma fare pulizia mettendo le manette a chi è colpevole. Tutto questo è vero, giusto e corretto. Ma solo a chiacchiere. Bassolino e Pecoraro Scanio non si dimetteranno mai perché il primo ha la moglie senatore, il secondo, il fratello, e se cadono loro Prodi si trova con due voti in meno e quindi cade anche lui con tutto il governo. Ed allora addio pensione vitalizio per quei circa 400 e rotti nuovi eletti alle scorse elezioni. Quindi per la eventuale caduta del Governo ci vediamo tra circa 290 giorni. Per ora solo chiacchiere.

Certo che sia Pecoraro Scanio che Bassolino sono in una botte di ferro nella quale hanno messo Prodi, alla costruzione della quale botte ha partecipato anche la moglie di Clemente Mastella, presidente del consiglio regionale campano, non credo immune da qualche colpa di monnezza. Perché qui le colpe ci sono, non c’è dubbio. E le colpe si pagano, mi sembra. Ma se non lo sapete, ve lo ricordo io: siamo in Italia e i colpevoli sono sempre e comunque i piccoli, i piccolissimi fessi che non conoscono o non osservano le leggi. Leggi piccole, passabili di semplici ammende, che se non avete santi in paradiso diventano delitti aggravati dalla stupidità della burocrazia di cui le cronache sono piene ogni giorno, al nord come al sud.

Non vorrei che venisse fuori un piccolo burocrate del sistema, firmatario di qualche scartoffia, ad essere acchiappato e schiaffato dentro per qualche mese, uccidendogli la vita e la famiglia. Qui c’è un danno colossale apportato all’economia, all’immagine ed alla dignità di una Nazione intera e non ci sarà nessun magistrato che riuscirà a mettere le manette ai politici veramente responsabili, checchè ne dica Libero ed il suo direttore Vittorio Feltri, quando sparano in prima pagina il titolo “Servono le manette”. Chi li mette queste manette? Il Governo? La Magistratura napoletana? De Gennaro? A chi poi? Ma fatemi il piacere!

E che dire poi di quel giornale, Il Giornale, appunto, di casa Berlusconi il quale ieri titolava la prima pagina con un odiosissimo “I loro rifiuti? A casa nostra”. Due giornali di destra, LIBERO e IL GIORNALE che pensano di far cadere Prodi con questi titoli e con queste campagne. Io sono un lettore dal primo numero di entrambi. Vuol dire che da domani in avanti non li comprerò più e leggerò il “Messaggero di San Gennaro”. Altro che “Piangono e Fottono” come lo stesso Libero titolava ieri riferendosi ai Campani. Venisse lui a mettere le manette a Bassolino, Pecoraro Scanio, Iervolino. Un Paese, quindi, sempre più disunito, arrogante, incasinato. E dov’è la cosiddetta opposizione? Quali proposte ha fatto per fare uscire da questa condizione un Paese che all’estero ormai è solo l’immagine folkloristica di una popolazione che affonda nella sua stessa mondezza? Se ci siete date un colpo! Per intanto, il colpo l’abbiamo avuto noi. Continueremo a pagare, pagare e ancora pagare, piangendo e mai a fottere!


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